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Recensione di Graziella Falconi, componente del Comitato Scientifico - Associazipne dellaRepubblica, per la storia dell'Italia repubblicana ETS 

Giuseppe Milazzo

L’espatrio, dicembre 1926: come Sandro Pertini e Filippo Turati beffavano il regime fascista

Biblion ed. 2026, pp. 296

Giuseppe Milazzo, è un professore savonese, di mano sicura e brillante, autore di volumi della storia della sua città e dei suoi figli illustri, tra cui spicca uno dei più amati Presidenti della nostra Repubblica: Sandro Pertini. 

Questo libro ha un andamento cinematografico: sarebbe un’ottima fiction televisiva. 

I fatti si svolgono nel periodo tra il 1925 e il 1926, quando nel nostro Paese si affermava definitivamente la dittatura fascista, già “ampiamente attuata di fatto negli anni precedenti ma che, dopo il delitto Matteotti, diventa esplicitamente tale” con la complicità del re Vittorio Emanuele III, che disprezzava gli italiani, pur non conoscendoli.

Qui si intrecciano varie biografie: di Pertini, di Turati, di Ferruccio Parri, di Carlo Rosselli contornati dai rispettivi amici e compagni di lotta. Pertini, all’epoca è un trentenne di buona e agiata famiglia, dove lui e i suoi fratelli (sua madre aveva partorito 13 figli, ma ne erano sopravvissuti soltanto cinque) non avevano conosciuto la fame imperante ed avevano maturato anche opinioni politiche diverse. Egli viene descritto così dalla cognata “avendolo incontrato a Parigi: lo ricordo allora doveva avere circa trent’anni. Non era di grande statura. Aveva un volto pallido, emaciato, le labbra sottili, serrate, nel viso volontario senza violenza che si affinava mento, con un ciuffo di capelli fini castani chiari sopra la fronte alta è stempiata. Quasi subito volle cercare lavoro non era di quegli intellettuali che si credono menomati se la necessità imponga loro un lavoro manuale. Non volle ricevere aiuti da nessuno. Si piegò a fare il pulitore di automobili. Lavoro di notte, e faticoso, che lo estenuata”. Il giovane aveva subito gli assalti e le botte dalle bande fasciste savonesi per ben sei volte. 

Filippo Turati, classe 1857, aveva già visto, nel 1922, nel fascismo il definitivo crollo della civiltà. Pertini ricorda che “un giorno Antonio Gramsci conversando…, ebbe ad esprimere un giudizio su Turati a mio avviso offensivo. Io reagì con molta fermezza. Gramsci – che con me manteneva rapporti più che amichevoli – il mattino dopo sentì il bisogno di una leale spiegazione, dicendomi che con il giudizio politico espresso il giorno prima non voleva minimamente offendere turati e Treves tre verse. Soggiunse che apprezzava la mia reazione in difesa dei miei due compagni di esilio”. Turati era all’epoca un settantenne provato nel fisico e nel morale, avendo, anche, perso la sua amata compagna, Anna Kuliscioff, leggendaria medica dei poveri di Milano, combattente socialista. Turati è distaccato, attonito sente i fascisti  gridare “ con la barba di Turati noi faremo spazzolini per mostrare gli stivali di Benito Mussolini”. Ma è come se non gliene importasse.

Ferruccio Parri (Pinerolo 1890 - Roma 1981), professore, decorato della prima guerra mondiale (come lo stesso Pertini). Antifascista, con il nome di battaglia Maurizio, fu uno dei due vicecomandanti del Corpo volontari della libertà, fondatore del Partito d’Azione, primo presidente del Consiglio dei ministri a capo di un governo di unità nazionale istituito alla fine della seconda guerra mondiale.

Carlo Rosselli ( Roma, 16 novembre 1899 – Bagnoles-de-l'Orne, 9 giugno 1937) filosofo liberale, a Milano ospita in casa sua sia Treves che Turati  e cerca di proteggerli. Certo in modo diverso dal questore di Milano che ha ricevuto l’ordine di  evitare ai due gli assalti delle bande fasciste. Turati giudica Rosselli come l’unico giovane che sappia scrivere bene. Ma Carlo dimostra di saper fare di più e verrà ucciso in Francia dai fascisti.

Questi i principali organizzatori del disegno di sottrarre Turati e Pertini, al controllo sempre più soffocante del regime, specialmente dopo l’attentato di Tito Zamboni al Duce.

Il titolo del libro è espatrio. Non accettano gli interessati il termine di  fuga “perché l’uscita dal paese era concepita non come mezzo per sottrarsi al regime e a conservare se stessi ma come simbolo e strumento di resistenza per dare speranza” a quelli rimasti in Italia.  

La storia inizia il 5 novembre 1925 a Savona, città nella quale, negli ultimi quattro anni, si erano formate nove squadre fasciste  d’azione. Opera a Savona un esponente  della buona borghesia, Cristoforo Astengo, un quarantenne   che, dopo la fine della guerra del ’15-’18, congedato con il grado di maggiore aveva iniziato a dedicarsi alla sorte dei reduci, fondando Il 2 marzo 1919, la sezione savonese dell’associazione Nazionale combattenti. Astengo dispone quindi di una fitta rete democratica all’interno dell’associazione Nazionale combattenti. L’avvocato Astengo ha tra i suoi più cari amici Sandro Pertini. I fascisti se la prendono sempre  con lui  e con Sandro, il quale aveva  collocato  una corona  d’alloro “recante la scritta Gloria a  Giacomo Matteotti,  sotto la lapide posta in memoria di Giuseppe Mazzini, sistemata su uno dei muri esterni della fortezza del Priamar di Savona”. 

A due settimane dalla drammatica giornata del 31 ottobre, al termine della quale si era scatenata la gazzarra  in tutto il paese contro gli antifascisti, la situazione era addirittura peggiorata. Il progetto di far scappare all’estero Turati  prende forma tra il 16 al 19 novembre del ‘26, quando Pertini era stato a Milano ed aveva conosciuto Ferruccio Parri e Riccardo Bauer. Pertini rientrò a Savona munito di documenti falsi e iniziò a organizzare il motoscafo per portare in Corsica  Parri e Turati .

Il libro è corredato di belle fotografie dei vari personaggi che rendono anche il carattere delle persone. Interessante è l’incrocio di queste figure con Vincenzo Pericoli il prefetto di Milano dalla faccia di un galantuomo.  

Poi c’è stato il processo per l’espatrio di Turati e Pertini  dove sono finiti tutti: da  Astengo a Giacomo Oxilia a Ferruccio Parri a Carlo Rosselli. Tra il  9 e il 14 settembre del ‘27 si celebrò a Savona l’ultimo processo celebrato in Italia da un tribunale normale prima che i tribunali speciali per la difesa dello Stato iniziassero a lavorare a pieno regime. Astengo ricorda il viso di Carlo Rosselli che affrontò il processo con tranquillità a testa alta e sicuro di sé e dei motivi che lo avevano condotto lì, cioè un atto altamente morale. Ferruccio Parri affermò di vergognarsi di portare tre medaglie al valore guadagnate in guerra, essendo affidato, in quel momento il governo del paese a un partito che aveva privato di italiani della libertà, dichiarò di aver scientemente violato la legge perché non riconosceva legalità allo stato fascista. Il suo difensore, l’avvocato socialista Vittorio Luzzati, sottolineò gli atti compiuti da quanti in ogni epoca si erano sacrificati per la libertà e che essi e (quindi anche Rosselli e Pertini) avrebbero sempre costituito un esempio di enorme importanza delle generazioni successive: “Savona ha avuto il triste privilegio di accogliere illustri personaggi: Pio VII il precursore di Pio IX, Mazzini il precursore della nuova Italia e oggi questi due Rosselli e non potrebbero forse anch’essi essere precursori di una nuova era di libertà di giustizia.” Turati e Pertini furono condannati a dieci  mesi di reclusione essendo stati giudicati colpevoli del solo reato di espatrio clandestino compiuto in assenza del passaporto e  dei documenti necessari; a Parri e Rosselli era stata inflitta la stessa pena per aver aiutato il leader socialista e suo giovane amico savonese a commettere il reato; Oxilia era invece stato condannato a un anno un mese e 20 giorni al pagamento di una multa di 300 L. essendo stato considerato colpevole d’infrazione al regolamento della marina mercantile per aver comandato un motoscafo senza autorizzazione.

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